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Archive for the ‘Bimbi’ Category

Abitudini

Pensavo (minchia che parolona) che la gente c’ha un sacco di idee sbagliate su di me. Non importa quanto mi conoscono, non importa quanto sanno, non importa quanto vedono, comunque c’hanno un sacco di idee sbagliate. Un sacco di gente mi diceva di non prendere il cane, che m’avrebbe vincolato e tu stai sempre in giro, come fai con la bici, come fai con il mare, come fai quando parti. Un sacco di gente si stupisce che ho il sedile di dietro pieno di peli e la macchina piena di giochini di gomma, e la casa incasinata di ossa e pupazzetti, e me ne fotte circa nulla. Tra l’altro, molti di quelli che si stupivano del tempo passato col bimbo piccolo, e delle cose mie incasinate, e delle cose mie rotte a pallonate e delle impronte del pallone sulla macchina mia. E’ che dicono che io ci tengo alle cose mie, che ci tengo alle mie abitudini, che ci tengo alla macchina sempre pulita, che ci tengo ad avere tutto in ordine tutto ben messo tutto a posto, molti dicono pure che tendo alla tirchieria e si stupiscono nel vedere le cose mangiucchiate da Luna o rotte dal bimbo e dicono ma come, e non ti incazzi? L’unico di quelli che mi conoscono molto e che non ha mai mostrato d’avere idee sbagliate è il bimbo grande, e non dev’essere un caso. Evidentemente è l’unico che sa che son gli affetti a fare le abitudini e non il contrario, che certo che tengo tutto in ordine ma se giochiamo possiamo pure buttare per aria e poi rimettere a posto, che certo che non passo il tempo a rompere le cose mie ma se si rompe con una pallonata ‘fanculo, è valsa la pena giocare e se serve si ricompra e se costa troppo si fa senza, che certo che avevo la macchina pulita, mica perdo peli quanto Luna nè rosicchio ossa mentre guido.

Non so che è, o è che la gente ha bisogno di schemi, ed allora sceglie cosa vedere di te e poi ti inquadra e decide che sei così e cosà, oppure è che si prendono tutti terribilmente sul serio, convinti che la disposizione dei soprammobili e il modo in cui si allacciano le scarpe possano determinare le sorti del mondo, e non riescono nemmeno a ipotizzare un’esistenza diversa per un’altra persona.

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Accucciarsi sul marciapiede a chiaccherare un’oretta con un bambino di otto anni, di cane mio e tartarughe sue, di Goku e di scuola, di nulla e tutto. E scoprire che dare un nome al pesce rosso che non è proprio rosso ma bianco con macchie rosse è un problema, lo si dovrebbe prendere e mettergli il mangime nelle orecchie che così crescerebbero ed allora glielo si potrebbe dire il suo nome, e poi chiamarlo e sentirebbe e capirebbe.

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Più o meno

Nella mia beata ignoranza di psicocose, con appassionamento alla lettura di Freud et similia che portò più confusione che altro, quando stavo incastrata a chiedermi se fosse stato un semplice gioco incasinato da interventi maldestri, o un inizio di qualcosa che per fortuna fu interrotto, col dubbio di aver ricordato davvero tutto, ma possibile che quella cazzata abbia fatto da sè tanti danni, incastrata a chiedermi quanto l’avessi subito e quanto voluto, e quanto davvero avrei potuto dir di no su qualsivoglia cosa al mio fratellone, confusa forse soprattutto dal ricordo dei pensieri confusissimi degli anni immediatamente successivi, quando forse cercavo di riordinare cose che non sapevo cosa fossero, e confusa dal ricordo della reazione dei grandi, prima di capire che probabilmente ne furono, loro si colpevolmente, confusi quanto me… quando, quindi, mi arrotolavo in dubbi che probabilmente non sono nemmeno srotolabili, arrivò il bimbo. Ora, dico… mi cito? massì, mi cito, tanto scemenza più scemenza meno, ecco, non avevo la controprova, non c’è mai modo di averla. Capendo, avrei detto di no? Io dall’altra parte, avrei fatto diversamente? Senza, come sarei stata? Forse non ha nemmeno tanto senso parlare di cambiamenti, fratture, ecc., soprattutto non a nove anni, che cosa ne sai di cosa sei, di cosa sarai, di cosa ti cambierà nel corso del tempo. Tutto quello che succede ti forma e ti cambia, soprattutto da bambino, e vabbè, qualcosa più di altro, ma che ne sai, di come sarebbe altrimenti. Però c’era il bimbo, ormai, e adesso eran cazzi miei. Nel senso, ero dall’altra parte, ormai, dovevo dimostrarlo di essere altro, dovevo _realizzarlo_ l’altro che avrei voluto per me. Dovevo esserci, dovevo rispondere ai suoi perchè, tenergli la bici mentre imparava ma anche lasciarlo solo al momento giusto, dovevo non scappare anche quando non sapevo la risposta, dovevo accompagnarlo anche quando non sapevo dove saremmo arrivati. Mi ha strappato ai dubbi senza fine e forse senza senso, sul perchè ero così e cosa sarei stata altrimenti, e mi ha costretto a provare ad essere quello che avrei voluto che fossero gli altri, quello che volevo essere, quello che _dovevo_ essere. Nella mia agenda avevo segnato un’altra frase di don Milani, “… avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene fare scudo nè davanti agli uomini nè davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto…“, ed ecco, ora, qualunque cosa fosse stata, comunque fossero da dividere le responsabilità, non era più il problema principale. Ora, ed ai tempi di fronte al bimbo, ero io responsabile, avevo obbedito abbastanza al modello che mi avevano proposto, alle paure e dubbi che mi avevano lasciato, potevo anche smettere di raccontarmi che son così perchè e decidere io cosa essere. Il tutto da frullare col molto di buono che ho imparato dal fratellone, da molte letture a tanta musica, svariando da Topolino a De Andrè, con tutto quello che ci sta in mezzo. Poi, via via, ho ampliato il campo delle “responsabilità”, dal bimbo ad altre persone ed altre cose. Il che mi porta a dire che si, me ne importa dei ragazzini in difficoltà del Mugello o di dovunque siano, sono affar mio, è anche affar mio passar le ferie a spianare piazzali e imbiancare stanze e fare tutto quello che c’è da fare per sistemare una cascina che potrei anche non rivedere. _Non posso_ dire me ne frega poco o me ne frega nulla, perchè è quello che più o meno consapevolmente si dissero _loro_, quando in qualche modo “mi dimenticarono” in cortile. E, in casi peggiori, è la gente che gioca al risparmio, quella che si gira dall’altra parte, perchè non ci può fare nulla, perchè non è affar suo, perchè devono cavarsela da sè, perchè mi costerebbe troppo, perchè ho già tanti problemi miei, perchè … perchè un perchè si trova sempre, con vastità e perfezione di ragionevolissimi argomenti. E, soprattutto, non volevo essere uguale, non _potevo_ essere uguale. E quindi, il bimbo mi salvò, e ora mi ci voleva un ripasso :).

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La tv mi fa male

Cioè, meno male che parto. In questi giorni senza flat ho passato alcuni pomeriggio di cazzeggio sul divano, a guardare vecchi film e indicibili puttanate in tivvù. Tra un improbabile filmone con giovanissimi kirk douglas e yul brinner, un revival di stanlio e ollio, un sempreverde viaggio al centro della terra, ogni tanto azzardavo la visione di un qualche serial o di pezzi di quiz, deprimendomi alquanto. Giovanotti sempre tirati a lucido, che conducono vacua esistenza accoppiandosi in combinazioni variabili tra pub e palestra, perfettamente pettinati anche dopo una scopata. Battute sempre argute, piene di sottintesi eppur si capiscono al volo, si innamorano perdutamente in due minuti e poi non avranno più incomprensioni. Dopo dieci minuti si lasciano, esausti. Rapporti usa e getta, al primo screzio finiscono, ci son nuovi avventori nel bar, un altro giro, altri amici altri amori. Torno a leggere blog adolescenziali et similia, e li ritrovo, ragazzini frustrati e soli, che scrivono del diritto alla felicità, o almeno alla serenità, o almeno a vincere 5000 euri facendosi suggerire da casa il verso della gallina, che non si può mica rischiare e ho diritto anch’io a vincere, una buona volta. E’ tutt’un fiorire di diritti, e tutto pronto e facile, solo domande alla gerry scotti, prego, che Lascia e raddoppia era troppo difficile. Tutta una teoria di nessuna frustrazione, nessuno rischio, ho diritto ad esser promosso, voglio un buon lavoro, ho diritto all’amore, mi serve la macchina per uscire stasera. Poi, a post alterni si sentono soli e disperati, e tornano a guardare un brian qualunque che gira in cabrio senza lavorare e tromba senza scomporsi il ciuffo.

Che poi l’altro giorno ho preso il bimbo piccolo e l’ho portato a su mari ‘e sa cocciula. Non è che sia bello, eh, è solo un angolino di mare semichiuso, con fondo basso e fangoso, dove prosperano vongole e arselle. Però eravamo io, lui, bimbo grande e la bestia.Però c’erano i resti di un fuoco e abiti vecchi e abbandonati, ed a noi son bastati per inseguire i banditi in fuga, mentre la bestia fiutava, ed inoltrarci nella foresta di pini marittimi con un occhio alle impronte ed attenti agli agguati. Il bimbo piccolo no, era tutta una lamentela che almeno a casa avrebbe guardato la tele e che pensava che saremmo andati a veder negozi e quando ce ne andiamo quando ce ne andiamo quando ce ne andiamo. Veniva quasi voglia di finirlo, come tex willer con i cavalli azzoppati. Mi dispiace, fratello, ma non potresti più galoppare. Bang. Poi per forza non ci crede che i vermi si trovano sottoterra, fin quando non glieli scavo fuori. Per dire, vien da sperare che ci colonizzino davvero gli altri, dal Senegal o dalla Bosnia, o da dovunque vengano. Che diventino maggioranza e ci riportino un po’ di salute mentale, di legame con il mondo qua fuori, almeno la voglia di mangiare un panino con olio sale e pomodoro invece dei maledetti Fagottini, di vedere un vero tramonto sul mare invece di quel cazzo di Cultura moderna. Cioè, non è che sono asociale io, è che il mondo è impazzito.

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Bimbo grande

E poi, per caso, cambio strada, e passo vicino al campetto da calcio, lo stesso dove quindici anni fa cominciava ad incespicare sul pallone, quando ancora bastava un ciuffo d’erba a nasconderlo alla vista. Ed è lì che crossa e tira calci, con lo stesso sorriso sempre aperto, come quando il primo allenatore lo chiamava Belgioioso, l’unico che giocava e correva e contrastava sempre sorridendo. E, come quindici anni fa, mi son seduta sulla ringhiera a guardarlo, ed era ancora lui, e sempre il più bello e il più bravo e il più coraggioso. Essì, è sempre lo stesso il punto a cui attaccare il pendolo, e ha sempre un sorriso da far sfigurare Clark Kent.

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:)))))

Mentre cammino con Luna mi giunge all’orecchio, e forse è da quando il bimbo grande era ancora piccolo davvero che non la sentivo. Una filastrocca allegra ma triste, mi faceva sempre restar male per quanto è ingiusta, che un signore stava insegnando ad un bambino. Si conta sulle dita di una mano, cominciando dal:

pollice: custu est su procu,

indice: custu d’hat mortu,

medio: custu d’hat cottu,

anulare: custu si d’hat pappau,

mignolo: e a su pitticcheddu, scerareddu, nudda est abarrau.

__________________________

pollice: questo è il maiale,

indice: questo l’ha ucciso,

medio: questo l’ha cotto,

anulare: questo se l’è mangiato,

mignolo: e al piccolino, poverino, non è rimasto nulla.

 

 

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… al bimbo grande, mi verrebbe da dire. Noto in me sempre più atteggiamenti tipici suoi, che dunque probabilmente son miei, e però… e però probabilmente son quelli che ho avuto solo con lui e poi con pochi altri, quelli più spontanei, che solo ora mi permetto di avere ogni volta che mi garba.

E non mi dispiace nemmeno un po’, ma anzi, che su tutto, di me, ho avuto e probabilmente avrò dubbi, ma non su quello che ho dato a lui.

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